Due storie per pensare... di Alessandro Volpone

I numeri di Bertrando

Bertrando era tutto pieno di lentiggini, sulle guanciotte rosse e sul naso. Un giorno disse in classe agli amici: «Ragazzi, ho fatto una grande scoperta!». I suoi due occhi marrone chiaro diventarono grandi grandi. «Ho scoperto che i numeri non esistono. E ve lo posso dimostrare!».

Alcuni risero. Altri gli voltarono le spalle. Qualcuno non lo stette manco a sentire. Il solito Giovanni, due banchi più avanti di lui forse preparava uno scherzo di nascosto per qualcuno dei suoi compagni. Senza far vedere quello che stava facendo e alzando appena la testa, gli rispose seccato: «Tu hai la zucca vuota!». Adele, al primo banco a sinistra, fu invece l'unica a chiedergli: «In che senso?!».

Bertrando non sentì nessuno dei due. Si mise in piedi e gridò: «I numeri non esistono! Lo capite?! Ve lo dimostro subito!». Spostò la sedia su cui prima era seduto e corse verso la cattedra, di fronte a tutti, prendendo un po' di penne dai primi banchi. Poi chiese: «Quante penne sto appoggiando sulla cattedra?». «Cinque» – gli risposero alcuni. Altri stettero zitti, guardando le penne. Bertrando ne aveva prese proprio cinque, dai banchi, mettendole poi una alla volta sulla cattedra. «Allora – continuò Bertrando – che cosa vedete?! Sulla cattedra ci sono delle "penne" oppure il numero "cinque"?!». «Le penne!» – gli risposero tutti in coro. «Avete visto?! I numeri davvero non esistono!». Poi aggiunse: «Sul muro in fondo all'aula ci sono tre cartine geografiche. Vedete le cartine o vedete il numero tre?!». «Le cartine!» – risposero alcuni. Altri, forse scherzando, fecero in coro: «Ooooh!».

«I numeri esistono solo ed esclusivamente nella nostra testa!» – disse Bertrando. «E dalla testa vengono fuori se li diciamo con la voce oppure se li scriviamo». Mentre parlava, prese un gesso e scrisse "5" sulla lavagna. «Ma dalla testa i numeri possono uscire anche in altri modi, senza aprire la bocca e senza scrivere!».

«Ora stai esagerando!» – disse il solito Giovanni, tornando a farsi i fatti suoi.

«Quante dita sono queste?» – chiese Bertrando aprendo tutte le dita della sua mano destra e mettendo la sinistra dietro la schiena. «Cinque!» – gli dissero i compagni in coro. Poi chiuse due dita, piegando il mignolo e l'anulare: «E adesso?!». «Tre!» – gli risposero. «Avete visto?! I numeri posso dirli anche con le mani, ma sulle mani ci sono solo dita, mentre il numero cinque è nella mia testa… e nella vostra!». «Ecco, ora sto pensando un numero e non ve lo dico. Lo vedete?! No! Al massimo, vedete la mia fronte! I miei capelli!».

«Va bene, hai ragione, ma ora basta!» – gli disse Leonardo, dal primo banco a destra, che stava facendo un disegno sul diario e la voce di Bertrando che urlava gli dava un po' fastidio.

«Ma non è finita! – aggiunse Bertrando – C'è almeno un altro modo ancora di mettere fuori della mia testa i numeri che penso, per farveli conoscere». Prese una penna dicendo: «Ora vi dico un numero con la penna, ma senza scrivere un bel niente!». Cominciò a battere con la penna quattro volte sulla cattedra. Tac tac tac tac. Poi chiese: «Che numero ho pensato?». «Quattro!» – dissero i compagni. Sembravano ormai tutti convinti.

All'improvviso entrò l'insegnante di matematica e scienze. Vide Bertrando vicino alla cattedra e lo rimproverò. «CHE STAI FACENDO IN PIEDI?! VAI A POSTO!» – gli disse e cominciò subito a cancellare la lavagna. Forse doveva spiegare oppure scrivere delle operazioni. Poi aggiunse: «Prendete libro e quaderno di matematica». Tutti lo fecero. Bertrando tornò a sedersi al proprio posto, subito e senza fiatare, rimettendo a posto sui banchi le penne che aveva preso. Nessuno ebbe il coraggio di dire al professore che i numeri non esistono.

 

Un bambino piccolo piccolo

 Giuseppe era sempre pieno di domande, a tal punto che non chiedeva più niente alla mamma e al papà per vergogna. Le sue domande erano troppe e i genitori avrebbero potuto scocciarsi; ad altre domande si sarebbero certamente arrabbiati, perché sciocche. Giuseppe spesso cercava di immaginare ad esempio com'era la sua famiglia senza di lui, prima che nascesse. Questo era molto stupido, ma non poteva evitare di pensarci. Poi continuava a interrogarsi su come sarebbe stata la Terra prima che comparissero gli uomini; l’universo prima della formazione della Terra; Dio prima di fare l’universo. Poi si concentrava al massimo e, con gli occhi ben chiusi e nel totale silenzio, arrivava alla più difficile domanda che conoscesse: cosa pensare e sentire nell’assenza di tutto, anche e prima di Dio?! A questo punto, quando la sua attenzione era giusta, riusciva a provare un brivido strano lungo la schiena. Un brivido, sì proprio un brivido! Lasciava velocemente il suo ragionamento, scorgendosi piccolo piccolo. Forse troppo…

Da qualche tempo a scuola Giuseppe si scocciava di continuare a studiare la storia di popoli e nazioni che non aveva mai visto. Non sapeva neppure se fossero mai esistiti davvero. «Sono tutti scomparsi da un bel pezzo! – si diceva – Non ci sono più Assiri, Babilonesi, Egiziani, Greci e Romani». Questi e altri nomi gli si accatastavano gli uni sugli altri nella mente, senza grosse difficoltà, perché Giuseppe era un bambino intelligente. Ma il funzionamento dei freni della sua bicicletta lo interessava molto di più delle leggi di Nabucodonosor o delle conquiste di Giulio Cesare. Le piramidi d’Egitto, quelle sì che erano belle! E il Colosseo?! Perbacco! Ma quanto noiosa era la maestra Rosa Elena quando parlava di questi monumenti: ti faceva passare ogni fantasia.

Giuseppe era fiero della sua bicicletta, rossa. Correva veloce fino al lago con gli amici, per andare a giocare, o da solo per allenarsi ed essere più bravo di tutti. Se la mamma l’avesse visto sarebbe stata certamente fiera di lui. Pedalava in tutta fretta, saltando le buche, in velocità. Sulla strada sapeva andare senza mani, anche in salita: quanto orgoglio. Ma non poteva dire niente alla mamma, perché altrimenti si sarebbe arrabbiata. Alle volte si fermava prima di rientrare a casa, riposandosi e passeggiando un pochino nella villetta del paese, quanto bastava affinché la mamma non esclamasse: «Sei tutto sudato! Lavati, va’ a cambiarti. Quante volte devo dirti di non correre in bici che è pericoloso?!». Peccato. Non poter dire niente. Niente. Peccato davvero!

Ma Giuseppe non era triste. Tutt’altro. Giocava per fatti suoi. Di solito faceva i compiti per casa; qualche volta non li faceva. (Ricordava bene le cose dette in classe e non c'era bisogno di impararle a memoria.) Il pomeriggio era fatto soprattutto per giocare, in primavera e in estate con il sole all’aria aperta; in autunno e in inverno con la pioggia o il vento che gli teneva compagnia in casa. Spesso giocava anche la sera, prima di andare a dormire. Conosceva mille giochi e quando non gli bastavano ne inventava altri. Peccato che i genitori non potessero stare con lui.  «Loro sono grandi – pensava – e i grandi non giocano perché hanno altre cose da fare!». C’era comunque il fratellino, Luigino, sempre disponibile, mai stanco; sfortunatamente, però, era un dormiglione e la sera si addormentava presto, sul divano, guardando la TV.

 

Al ritorno dalle vacanze natalizie in classe si giocava ad associare dei nomi all’idea di “albero di Natale”. Arrivato il suo turno, Giuseppe disse che il fratellino si era bruciato una mano con una candela che aveva acceso. La maestra esclamò: «Giuseppe, che cosa c’entra questo con quello che stiamo dicendo? Sei sempre il solito!» e continuò il giro di domande con gli altri bambini.  Giuseppe ci rimase davvero male. Aveva fatto scottare il fratellino sotto l'albero di Natale, ma a nessuno interessava questo racconto.

Il giorno dopo la maestra spiegò che Giulio Cesare era stato ucciso a pugnalate mentre entrava in un palazzo, e c'era anche il figlio, Bruto. Giuseppe fu colpito da questo nome, uguale a quello del nemico di Braccio di Ferro, ma non s'interessò al resto della lezione. La maestra Rosa Elena lo richiamò più volte, perché parlava con il proprio compagno di banco e lo distraeva. Alla fine gli scrisse un’informazione ai genitori sul diario. «Non ti interessa proprio niente stamattina?!», gli aveva urlato in testa. Giuseppe, pieno di sonno e con il cervello chiuso come una scatola di tonno, aveva trovato il coraggio di risponderle in tutta sincerità: «Non voglio sentire la storia di questo Giulio Cesare.  Non me ne importa niente ».  La maestra si arrabbiò tanto e diventò tutta rossa.

Prima di tornare a casa, quel giorno, Giuseppe pensò bene di andare a raccogliere pietre colorate al suo posto preferito. I genitori lo avrebbero certamente punito, non facendolo uscire per un po’. Non poté evitare di pensare per tutto il tempo al fatto che lui voleva solo che si parlasse della candela della scottatura di Luigino. Sapeva però di non avere scuse con i suoi genitori. Aveva già preso due sberle per la scottatura di Luigino a Natale e non avrebbe mai e poi mai ripreso l'argomento con il padre e la madre. Quindi, non poteva dire niente di quello che era successo a scuola. Entrò in casa con tutte le sue pietre nello zainetto. Prese subito il diario, lo diede alla mamma e si mise a piangere. La mamma lesse e non disse niente. A Giuseppe sembrò strano, molto strano. Boh!

Nel pomeriggio, subito dopo pranzo si mise a studiare. Il padre riposava. La madre faceva i piatti.  «Non capisco – pensava Giuseppe – perché le cose di Giulio Cesare siano più importanti delle mie. Dopo tanti e tanti anni cosa interessa più alla gente ormai di Giulio Cesare? Le mie cose chi le saprà mai?! Il mondo è davvero a rovescio, ingiusto. A chi tanto e a chi niente».

Gli venne poi un dubbio. Si avvicinò alla madre che stava risciacquando una pentola e chiese: «Mamma, tu sai com’è morto Giulio Cesare?». La madre rispose di sì e gli ripeté il racconto della maestra Rosa Elena, parlando anche di Bruto, con la stessa voce dolce di quando raccontava le favole la domenica pomeriggio sul divano, davanti alla televisione tenuta bassa bassa perché il padre dormiva. «Ma è mai possibile – pensava Giuseppe mentre ascoltava – che la mamma, la mia mamma(!), conosce esattamente la storia di questo Giulio Cesare e non sa bene come Luigino si è scottato?!». Gli venne un nervoso incredibile, ma fece finta di niente per non provocare un rimprovero che sarebbe certamente arrivato, in un modo o nell'altro, fino all’informazione della maestra.  Meglio stare zitto, ancora una volta. Sempre zitto!

Dopo un po’ di giorni comunque gli passò questa fissazione di voler raccontare il fatto della candela; altre cose gli erano capitate che non riusciva a raccontare a nessuno, come al solito, ma c'erano tanti motivi perché non le diceva. Giuseppe aveva notato, pensando e ripensando alle cose che faceva ogni giorno, che molte di queste non le sapeva nessuno perché lui non aveva voglia di raccontarle. «Dunque – si era detto – se alle volte sono io stesso che mi scoccio a parlare, figuriamoci se gli altri hanno la pazienza di ascoltarmi! È anche un po’ colpa mia se la mia storia è solo mia». Forse è così che va il mondo.

Questa e altre cose simili tennero buono Giuseppe per lungo tempo. Passò tutta l’estate a leggere. Poi qualcos’altro gli capitò che lo fece tornare a pensare.