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IL PROBLEMA DEL QUATTRO E IL VALORE DELL'UNICITA'
Elisabetta Lo Bue |
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Ogni volta che mi capita di entrare in una classe nuova o di avviare un laboratorio di P4C, ho sempre in mente la favola del quattro. Non so se la conoscete, io ritengo sia molto significativa. Descrive lo stato d’animo del numero quattro, il come lui si sentisse banale e semplice. Infatti, quando si vuol dire che qualcosa è scontata, si dice che è come due più due, che fa appunto quattro. Così il quattro, che non è tutte curve come il 3, né lungo come il 7432569, va dal Grande Matematico per chiedergli ragione della sua poca originalità e il Grande Matematico gli fa scoprire la sua unicità, il suo immenso valore in quanto unico e dunque diverso da tutti gli altri. Per inciso, infatti il quattro è un numero che fa parte delle triade pitagorica per cui il suo quadrato è dato dalla differenza tra il quadrato del cinque e quello del tre, per dirne una. Dunque, così come è capitato al quattro -di soffrire di complessi di inferiorità e di scoprire, poi, di essere unico e irripetibile e per ciò stesso detentore di un valore che lo rende fondamentale elemento della famiglia dei numeri- può capitare anche a noi. Godere della nostra unicità/diversità nell’apertura all’altro, al diverso che ci arricchisce, perché occasione di confronto. Nella magia, che si viene a creare nel cerchio di pensiero, è proprio questo che accade. Ogni componente della comunità di ricerca scopre la propria unicità e il proprio valore grazie al confronto e all’espressione libera (che non significa anarchica, perché anche la libertà ha le sue regole) di se stesso. Espressione che si può coniugare in una molteplicità infinita di modi: iconica, verbale (scritta e parlata) con produzione di fumetti, favole, storie, fino a giungere all’espressione gestuale e corporea, (drammatizzazioni). È questa flessibilità, questa possibilità di coniugare la propria creatività, il proprio pensiero critico in una molteplicità infinita di modi che restituiscano un senso alla nostra esistenza, che ho intravisto nel metodo di Lipman e che mi ha subito colpito. Non è una ricerca di senso solitaria, come quella che spesso capita di fare ad alcuni di noi, (molti altri non si prendono nemmeno questa briga e vanno dove li portano le mode, il conformismo, l’assopimento del pensiero) che esclude l’altro, in quanto detentore di un senso altro rispetto al nostro e per ciò stesso incapace di ascolto, è una ricerca che negli altri e nell’ascolto e nel rispetto delle opinioni altrui trova il suo naturale arricchimento e compimento. In quest’ottica noi non siamo monadi chiuse per dirla con Kant, secondo il quale, le monadi fisiche sono impenetrabili ed elastiche, né isole per dirla con Hemingway, ma monadi aperte, come per Cusano e Leibniz, dei piccoli specchi del tutto, sostanze o principi attivi che rispecchiano, ognuno a suo modo, il tutto in un armonioso concatenamento di percezioni[1]. Siamo dunque dei continenti interagenti, dei mondi, delle monadi con finestre aperte, senza che queste aperture possano mettere a rischio la nostra unicità e unitarietà? A questo punto entra in gioco l’utilità pratica e la terapeuticità della Philosophy for Children, utilità pratica, poiché pur se aperti al nuovo, noi tutti, vista la psicopatologia della vita quotidiana metropolitana, governata dalla velocità, dalla mediocrità, dall’affermazione di sé, dall’assenza di valori e dai disturbi nevrotici e psicotici che ne conseguono, per evitare di rimanere stritolati nelle maglie del sistema o di incappare nella rotta di qualche insano soggetto, dovremmo imparare a schermarci, ossia a chiuderci e ad aprirci con lo stesso meccanismo dell’obiettivo di una macchina fotografica. Non parlo di situazioni lontane, di realtà a noi estranee. Di quanti tipi di violenza psicologica e non siamo testimoni, tra le mura domestiche, talvolta soprattutto nei confronti di coloro che non possono difendersi, primi fra tutti i bambini? È per questo che trovo che la P4C possa avere anche un buon valore terapeutico, da non confondersi con pratiche limitrofe come la psicoanalisi o la psicologia o l’interpretazione del disegno infantile, di cui subisco in questa fase della mia ricerca un notevole fascino, ma nel senso della cura di heideggeriana memoria, quella per intenderci, dalla quale Franco Battiato ha preso spunto per una sua nota canzone. In quest’ottica tutto ciò che ci circonda ha un senso, che include (per completezza) il non senso, come le migliori armonie per essere tali non escludono le dissonanze o le acciaccature, per usare una terminologia musicale. Ognuno di noi è una partitura musicale che ha il diritto di essere ascoltata, può piacere o non piacere, o piacere molto o poco, ma un fatto è certo: è. Normalmente si associa all’idea dello studio e dell’educazione una modalità di svolgimento seria, formale, talvolta barbosa. Come si può condurre le persone ad amare la ricerca in queste condizioni? Io non sono per niente d’accordo, sarà perché nella mia vita, sapere mi ha sempre incuriosita e divertita, che ho sempre cercato di trasmettere ai miei alunni questo desiderio, che è poi un metodo di studio e forse anche di vita. Chi ha detto che, è meritevole di riconoscimento di valore scientifico solo ciò che ha la parvenza della serietà? Tornando all’unitarietà e al suo opposto alla frammentazione, che purtroppo da più parti si verifica, credo che una delle cose più tristi, alle quali si assiste, è la gran quantità di errori educativi prodotti dai retaggi familiari, sociali, culturali. Freud sosteneva che, tre sono i mestieri più difficili in ordine crescente: lo psicoanalista, l’educatore e il genitore, e sicuramente le sofferenze che si gestiscono con più difficoltà sono quelle provenienti dagli affetti più intimi, dal nucleo familiare, anche se, la maggior parte delle volte, sono dettati dalle migliori intenzioni. Io penso che la P4C possa essere un utile rimedio, non l’unico ma uno dei possibili, e più scientificamente accreditati, per rincollare quelle parti di frammenti che ci rendono unici. E’ come ricomporre un puzzle, individuale e collettivo, senza con questo violare il limite del non detto, dell’indicibile dell’intimità, di ognuno di noi. E’ un compito davvero delicato, una sfida per sentirci meno soli. [1] Cfr. Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti editore, Milano 1988 p.614. [2] . Per inciso quello che mi sorprende è la capacità che i bimbi hanno di ricordare immediatamente e minuziosamente il testo, anche se, a prima vista, sembra che non ascoltino o che facciano altro mentre leggiamo. [3] Scrive Hegel: “Nulla è ancora, e qualcosa deve divenire. Il cominciamento non è il puro nulla, ma un nulla da cui deve uscire qualcosa. Dunque anche nel cominciamento è già contenuto l’essere. Il cominciamento contiene dunque l’uno e l’altro, l’essere e il nulla; è l’unità dell’essere con il nulla;- ossia è un non essere, che è in pari tempo essere, e un essere, che è in pari tempo non essere. ” G. W. F. Hegel, La scienza della logica, Biblioteca Universale Laterza, Bari1988 p. 59 |