LETTURE FILOSOFICHE

 

Bibliografia ragionata

(a cura di Maria  Lupia)

p. 2

∙Jean - Luc Nancy, All’ascolto, Raffaello Cortina, Milano, 2004

 

L’autore è uno dei filosofi contemporanei più originali e innovativi. Insegna all’Università Marc Bloch di Strasburgo. Ha scritto numerose e importanti opere, tra cui La comunità inoperosa (Napoli 1995), L’esperienza della libertà (Torino, 2000) Essere singolare e plurale (Torino,2001), Il ritratto e il suo sguardo (2002).

 

E’ un saggio sull’ascolto che, muovendo da interrogativi apparentemente semplici - perché nella nostra cultura l’intendere in senso acustico è sempre stato trascurato a favore dell’intendere in senso logico? perché il sentire è stato sempre subordinato al comprendere?-, rileva che “la filosofia  (e con essa tutta la nostra cultura) dall’inizio si chiude in una visione logico-ideale della realtà, e così il filosofo diventa‹‹ colui che sempre intende ( e intende tutto), ma non riesce ad ascoltare, o più precisamente colui che neutralizza in se stesso l’ascolto, e lo fa proprio per poter filosofare›› Da questo momento, sicché, l’ascolto sarà ridotto a un “intendere” che si svolge interamente nel silenzio di una consonanza (tutta mentale) ‹‹ senza risonanza››, senza suono si potrebbe dire, nel senso che non viene prestata attenzione alcuna alla fonicità o alla materialità sonora intrinseca a ogni emissione vocale o musicale. In breve, l’‹‹intendere›› scivola dal significato di ‹‹udire›› a quello di ‹‹comprendere››.”

Alla lue di questa riflessione, Nancy capovolgendo la tradizione  s’impegna a far riemergere l’aspetto occultato  della corporeità e della sensibilità acustica, in modo che l’ascolto può essere assunto in una ‹‹tonalità ontologica›› […]- per arrivare a pensare l’intera realtà come una trama singolare/plurale, un vibrante ‹‹ piegarsi, ripiegarsi e dispiegarsi›› di rinvii- che è quanto ci veniva incontro dalle parole di Rilke, Schönberg e Kandinsky. Dove vengono smontati esattamente quei concetti tradizionali […] di identità, individuo e soggetto, nonché di corpo proprio. […] Nell’ascolto ‹‹ il suono e il senso si mescolano e risuonano l’uno nell’altro o l’uno attraverso l’altro››”

∙Davide Sparti, L’importanza di essere umani. Etica del riconoscimento, Feltrinelli, Milano, 2003

 

L’autore è professore associato all’Università di Siena. E’ studioso di epistemologia delle scienze sociali, di teoria dell’identità e, in particolare, del pensiero di Wittgenstein. Collabora con diverse riviste italiane e internazionali. Tra le sue opere si segnalano : Soggetti al tempo, Identità personale tra analisi filosofica e costruzione sociale, Identità e coscienza. Ha curato anche la raccolta Wittgenstein politico.

 

L’autore si propone di sviluppare un’etica delle relazioni di intimità e del contatto umano. E lo fa non analizzando la natura teorica del ragionamento morale, ma gli atteggiamenti che assumiamo come esseri umani verso  i nostri simili, nonché la condizione umana. Egli parte da Wittgenstein e, focalizzando l’attenzione su due individui, l’uno posto di fronte all’altro e obbligati a confrontarsi “con la necessità di riconoscere od evitare ciò che l’incontro esprime circa l’altro”, traccia “ una teoria delle diverse forme di  riconoscimento come mezzi per scambiare ‹‹ beni di identità››, ossia risorse simboliche che contribuiscono alla costituzione della nostra identità”

Sparti analizza in modo originale oltre che Wittgenstein anche situazioni in cui si esplicitano le nostre capacità morali, come nel teatro e nel campo di concentramento. E mostra gli effetti provocati dal nostro atteggiamento elusivo, come quando neghiamo la possibilità di cogliere la tristezza in un volto. In simili casi “abbandoniamo” la nostra umanità, con la possibilità di esprimere ciò che ci caratterizza.

∙Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, Roma, 2001

 

L’autrice, docente di Diritto ed Etica all’Università di Chicago, è nota a livello internazionale per la sua nutrita ricerca sul mondo antico. In italiano abbiamo La fragilità del bene ( Il Mulino, 1996), Il giudizio del poeta (Feltrinelli, 1997)

La studiosa si chiede quale ruolo abbia l’educazione nel mondo del molteplice, dell’interdipendenza e sempre più globalizzato. L’interrogativo la rinvia all’attualità degli antichi e, precisamente, all’idea aristotelica di ‹‹cittadinanza›› ed ancor di più della ‹‹critica socratica›› e dell’ideale stoico del ‹‹cosmopolitismo››. Ne scaturisce l’impossibilità di prescindere dai paradigmi classici per un’educazione concretamente corrispondente alla nostra modernità. Un’educazione che formi cittadini del mondo, capaci “di esaminare criticamente se stessi e la realtà, di cercare e ricercare oltre le barriere di nazionalità, di genere, di classe, oltre ogni identità presupposta: uomini che sappiano vivere le differenze senza perdere la pienezza di una comune radice […] - per- coltivare l’umanità

∙Giacomo Marramao, Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino,  2003

 

L’autore è docente di Filosofia politica all’Università di Roma III; è direttore della Fondazione Basso e membro del Collège International de Philosophie (Parigi).

Tra le sue opere si segnalano: Potere e secolarizzazione (1983); Minima temporalia (1990); Kairòs. Apologia del tempo debito (1992); Cielo e terra (1994); Dopo il Leviatano. Individuo e Comunità (2000); Frammento e sistema. Il conflitto mondo da Sarajevo a Manhattan ( Donzelli, 2001)

 

Affrontando l’incredibile ‹‹ mutamento di scala ›› che caratterizza i fenomeni politici della nostra epoca, Marramao ritiene che il ricorso alle categorie di

‹‹ mondializzazione›› o ‹‹ globalizzazione›› non esprima solo un significato tecno-economico. In realtà ci troveremmo di  fronte ad un passaggio destinato a trasformare tutte le culture: un passaggio che implica una revisione di concetti fondamentali come identità e differenza, contingenza e necessità, locale e globale. In relazione alle diagnosi apparentemente opposte, come quella dell’omologazione universale (di Fukuyama) e del conflitto delle civiltà ( Huntington), Marramao considera necessario demistificare le due false opposizioni dello Stato-mercato e dell’Oriente-Occidente.

A tal fine, mantenendo sullo sfondo la grande discussione sull’era globale aperta da Spengler, Jünger, Schimtt e Heidegger, l’autore avanza la sua proposta partendo dal disincanto della categoria di mercato operato da Karl Polanyi e da una radicale revisione dell’approccio comparativo delle culture operato da Max Weber. In conclusione,  e grazie al  confronto con le posizioni di Jürgen Habermas e di Jacques Derrida,  si prospetta l’esigenza di una ‹‹ politica universalistica della differenza››, basata su un radicale riesame critico della presunzione di universalità delle stesse categorie, tipicamente occidentali, di democrazia e filosofia.

∙ Amartya Sen, La democrazia degli altri, Mondatori, Milano., 2004

 

L’autore ( Santiniketan, Bengala, 1933) ha insegnato a Calcutta, Cambridge, Delhi, alla London School of Economics, Oxford e Harvard. Nel 1998 riceve il Premio Nobel per l’economia e diventa Rettore nel Trinity College a Cambridge. Tra le sue opere si segnalano: Poverty and Famines (1981); Utilitarismo e oltre ( 1984); Scelta, benessere, equità (1986), Etica ed economia (1988); Risorse, valori e sviluppo (1992); Il tenore di vita 1993); La disuguaglianza (1994); La libertà individuale come impegno sociale (1998); Lo sviluppo  è libertà (2000); Globalizzazione e libertà (2002)

 

Pensare alla democrazia come ad un concetto e ad un complesso di pratiche e istituzioni esclusivamente occidentali, la cui diffusione su scala planetaria comporterebbe l’illegittima imposizione di un particolare modello di convivenza sociale ad altre civiltà , ad avviso di Sen , è un errore. A sostegno della sua tesi, egli nota che se per democrazia s’intende non solo una forma di governo fondata sull’esercizio del diritto di voto, ma anche la libera e responsabile discussione pubblica dei temi politici che riguardano le collettività, se ne possono trovare tracce e radici anche fuori dell’antica Grecia e del cosiddetto Occidente. Basti andare alla storia dell’India antica, dell’Africa, dell’Asia orientale e sudorientale. Ma neanche i musulmani la ignorano,  dal momento che una delle ragioni dell’espansione dell’Islam risiede proprio nella sua intrinseca vocazione all’incontro e al confronto con gli altri, con gli ‹‹ infedeli››. Illustrando con numerosi esempi l’esistenza di  antiche tradizioni democratiche in paesi che attualmente subiscono l’oppressione di regimi totalitari, Sen ci invita a non commettere un ulteriore peccato di imperialismo culturale che consiste nell’appropriazione indebita dell’idea di democrazia. In essa, a ben guardare, è possibile rinvenire aspetti che costituiscono valori condivisi della storia dell’umanità intera.

 

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