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LETTURE FILOSOFICHE
Bibliografia ragionata (a cura di Maria Lupia) p. 1 |
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∙ Enzo Ruffaldi, Insegnare filosofia, La Nuova Italia, Firenze, 1999
L’autore è docente di Filosofia e Storia nei Licei: è noto anche per il suo impegno nella ricerca sulla didattica della filosofia.
Il libro s’incentra sulle varie e più recenti tendenze della didattica della filosofia, soffermandosi sulle problematiche relative all’uso del testo filosofico, sulla costruzione di mappe concettuali o sulle applicazioni dell’informatica e telematica. L’intento è quello di presentare una serie di strumenti attualmente fruibili, che possano integrare il patrimonio delle competenze didattiche da attivare nel contesto delle scelte educative, proprie del “fare filosofia”. Una simile proposta si configura come strumento per la formazione di un pensiero critico e creativo. |
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∙Reinhard Brandt, La lettura del testo filosofico, Laterza, Roma-Bari, 2002
L’autore (Gladebrugge, Germania, 1937), è dal 1972 professore di filosofia nell’Università di Marburgo. Dirige il Kant- Archiv di Marburgo e, dal 1987, editore delle Nachschriften (trascrizioni delle lezioni) nell’ambito dell’edizione critica dell’opera completa di Kant, a cura dell’Accademia delle Scienze di Gottingen.
Il testo tratta la prassi dell’approccio (ungang) alle opere della filosofia antica e moderna. Il fine è quello di “liberare la lettura e l’indagine rigorosa dalle deformazioni derivanti da opinioni individuali che conducono al relativismo e istituire un metodo che ponga l’interpretazione sotto l’egida del criterio e dell’idea dell’oggettività” (Ivi, Introduzione, p. VII). Le domande fondamentali del libro sono appunto: Cosa significa “interpretare un testo filosofico?” Ci sono procedure rigorose da seguire in ogni caso per poter esprimere un giudizio valido intersoggettivamente? |
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∙ John Dewey, Rifare la filosofia (1920), Edizione Donzelli, Roma, 1998, 2002
L’autore (Burlington, Vermont, 1859 - New York, 1952) è il più illustre filosofo americano del Novecento ed uno dei più grandi pedagogisti del nostro tempo. Nel 1896 fondò a Chicago la “Scuola Laboratorio”, calzante paradigma di “Scuola nuova”, ispirata al principio dell’attivismo pedagogico. Sempre a Chicago, collaborando soprattutto con Gorge Herbert Mead, diede vita allo strumentalismo (‹‹ Scuola di Chicago ›› ), una sua versione del pragmatismo che all’epoca andava affermandosi specialmente grazie all’opera di W. James e F.C.S. Schiller. A questa versione J. Dewey cercò di contrapporre quella logica del pragmatismo di Peirce. Dewey viene segnalato anche e soprattutto per la forte influenza che ha esercitato sul pensiero e sull’opera di Mattew Lipman, autore del curricolo “Philosophy for Children” Tra le opere più note di Dewey: Il mio credo pedagogico (1897); Scuola e società (1900 ); Studi sulla teoria logica (1903); Etica (1908); Come pensiamo (1910); L’influenza di Darwin sulla filosofia e altri saggi sul pensiero contemporaneo (1910); Democrazia e educazione (1916); Saggi di logica sperimentale (1916); Ricostruzione nella filosofia (1920); Natura e condotta dell’uomo (1922); Esperienza e natura (1925); Il pubblico e i suoi problemi (1927); Caratteri ed eventi (1929); La ricerca della certezza (1929), Individualismo vecchio e nuovo (1930); Filosofia e civiltà (1931); L’arte come esperienza (1934); Una fede comune (1934); Liberalismo e azione sociale (1935); Logica, teoria dell’indagine (1938); Esperienza e educazione (1938); L’unità della scienza come problema sociale (1938); L’intelligenza nel mondo moderno (1939); Libertà e cultura (1939); Teoria della valutazione ( 1939); Educazione oggi (1940); Problemi degli uomini (1946); Il conoscente e il conosciuto (1949).
Il testo è una preziosa sintesi del pensiero filosofico dell’autore. A distanza di 25 anni dalla prima pubblicazione avvenuta nel 1919, l’opera viene riproposta con una lunga introduzione di Dewey. Egli vi sottolinea la necessità che la riflessione filosofica venga sottoposta ad una riforma ab imis, tale da prendere in considerazione, riportandole nella sfera umana e morale, le grandi potenzialità del metodo empirico, foriero di successo per le scienze naturali. Opponendosi ai detrattori della scienza, Dewey sostiene che è proprio dall’esame dei procedimenti dell’analisi scientifica che è possibile mutuare i nostri ideali democratici. Motivo per il quale egli propone anche in filosofia un atteggiamento sperimentale. E per la discussione pubblica democratica egli ipotizza il modello di una comunità di ricercatori scientifici (si pensi alla Comunità di Ricerca della P4C), sinceramente impegnati a risolvere un problema. Di fatto, in ambito scientifico – ma Dewey si augura che questo accada anche nella società – l’intelligenza e gli esiti positivi delle soluzioni dei problemi emergenti sono in stretta relazione con la democraticità della ricerca o, per essere più chiari, con la possibilità per tutte le persone coinvolte di realizzare uno scambio di informazioni, di muovere critiche e pervenire a considerazioni personali apertamente e liberamente. |
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∙ John Dewey, Intelligenza creativa, La Nuova Italia, Firenze 1976
Il saggio, il cui titolo originale è The Need for a Recovery of Philosophy ( Necessità di un risanamento della filosofia ), è compreso nelle prime 69 pagine del volume collaborativo Creative Intelligence. Essays in the Pragmatic Attitude (di John Dewey, Addison W. Moore, Harold Chapman Brown, George H. Mead, Boyd H. Bode, Henry Waldgrave Stuart, James Hayden Tufts, Horace M. Callen, New York, Henry Holt and Company, 1917), illustra chiaramente le tesi fondamentali di Dewey. L’idea che anima il saggio- che poi caratterizza la complessiva posizione e la personalità del filosofo- è che l’intelligenza autentica ‹‹ si manifesta soltanto quando un pensatore partecipa di prima mano agli indirizzi intellettuali e ai problemi vitali del suo tempo›› (Ivi, p. 3). Egli costruisce l’ideale di un’intelligenza impegnata sul concetto di esperienza come sviluppo dell’esistenza biologicamente e socialmente intesa, della quale la conoscenza rappresenta soltanto un momento, nonostante il suo essere fondamentale come momento. L’uomo è parte integrante e indissociabile della realtà; parimenti è la mente o la coscienza in quanto manifestazione e attività dell’intero organismo teso nello sforzo di adattarsi all’ambiente e di adattare questo a se stesso. Ma questa attività non si identifica , per Dewey, con staticità e ripetitività. In realtà essa rimanda alla plasticità ed alla capacità di affrontare con risposte nuove la situazione ambientale in continuo movimento. La filosofia, pertanto, non può intendersi solo come ‹‹un passivo riflesso della civiltà che persiste attraverso i mutamenti››, ma essa stessa va concepita come un mutamento, le cui ‹‹registrazioni intellettuali›› vanno considerate ‹‹piuttosto come profezie che come delle trascrizioni››, come ‹‹direttive e tentativi di anticipare successivi sviluppi››. Dewey allora concepisce la storia della filosofia come parte integrante non “soltanto della filosofia. ma anche della vita intellettuale della società della quale seleziona, chiarisce ed elabora i valori e le finalità.”(Ivi, p. 8) |
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∙Pier Aldo Rovatti, Guardare ascoltando, Bompiani, Milano, 2003
L’autore (Modena, 1942) insegna Filosofia contemporanea a Trieste e dirige la rivista “Aut aut”. Allievo della scuola fenomenologica di Enzo Paci, oggi rappresenta uno dei promotori del “pensiero debole”. Ha pubblicato vari testi, tra cui, La posta in gioco, Heidegger, Husserl, il soggetto e, recentemente, La folla in poche parole
Il libro affronta il tema classico del rapporto tra filosofia e metafora. Il problema nel pensiero contemporaneo si commisura “con le sue trasformazioni: con l’esigenza della filosofia di collocarsi in un ‹‹ oltre ›› rispetto alla metafisica, ma nella consapevolezza della illusorietà di ogni congedo definitivo. E’ in gioco lo statuto intermedio, il carattere oscillante e anche contraddittorio della metafora.” Rovatti osserva che le metafore del vedere si declinano in una metaforica dell’ascolto, come se tra vedere e ascoltare si producesse un ulteriore incrocio che non si lascia ridurre né all’occhio né all’orecchio”
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